Il sesto continente : il Pacific Trash Vortex

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Il sesto continente è una vera e drammatica realtà. Un oceano trasformato nella discarica più grande del mondo. È definito il sesto continente perché parliamo di un’estensione inimmaginabile, oltre 2500 Km di diametro, una profondità media di 30 metri e più di 100.000 tonnellate di rifiuti di plastica, suddiviso in due “isole” che si concentrano nei pressi del Giappone e a ovest delle Hawaii.

Per fare un paragone dovreste immaginarlo come un continente delle dimensioni del Canada. E’ sicuramente il più grave atto umano d’inquinamento della storia.

Ma qual è l’origine di questo colossale disastro chiamato anche Pacific Trash Vortex? Non si ha una piena certezza, ma le teorie più accreditate farebbero risalire la sua formazione intorno alla metà dello scorso secolo.

Isole di plastica
Il sesto continente è composto da due isole distinte situate nel bel mezzo del Pacifico

E’ formato  a per l’80% da plastica scarsamente  biodegradabile  che galleggia a qualche metro di profondità fino ad arrivare a decine di metri sotto lo specchio dell’acqua. Questa caratteristica lo rende praticamente invisibile ai satelliti. La massa dei vari rifiuti, è soggetta ad un continuo rimescolamento dovuto al vortice del Nord Pacifico “the Gyre”, una delle più potenti correnti circolari oceaniche, dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario che permette alle particelle di rifiuti di plastica di aggregarsi fra di loro, formando un cocktail micidiale del quale si nutrono i molluschi, entrando direttamente nella catena alimentare che va dai pesci, delfini, tartarughe, uccelli marini.

La situazione è molto grave perché i rifiuti biodegradabili si smaltiscono, ovvero si biodegradano ( la biodegradazione è la degradazione di un materiale – a prescindere che sia di origine naturale o sintetico- attraverso processi enzimatici, in genere per azione di batteri, funghi o con altri microorganismi.) La plastica invece si degrada attraverso un processo che la polverizza letteralmente in pezzi sempre più piccoli, fino alle dimensioni esatta dei polimeri che la compongono. A questo stadio di grandezza le minuscole particelle di plastica vengono poi divorate dagli animali marini come se si trattasse di plancton, entrando dunque nella catena alimentare e arrivando indirettamente fino a noi sulle nostre tavole.

E questo è decisamente un grave problema, cibandoci di pesci che hanno “assunto” plastica entrano di fatto nel nostro organismo con il pericolo del rilascio di PCB (policlorobifenili) dalla plastica: queste particelle causano infatti danni al sistema endocrino, le ghiandole necessarie per la formazione dell’ormone sessuale.

E’ necessario quindi maggiore consapevolezza sull’utilizzo del packaging con la riduzione sensibile dell ’utilizzo di plastica. E’ un impegno da portare avanti su più fronti a livello di nazioni, aziende ma anche a livello personale. Ognuno di noi può ridurre il proprio impatto sulla produzione di plastica, non solo attraverso la raccolta differenziata, ma soprattutto a monte di tutta la filiera logistica scegliendo di utilizzare solo ed esclusivamente packaging  più naturali dove vi è maggior utilizzo di carta e cartone.

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